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SGUARDO DI FEDE SUL CORANO

UNITÀ D'ISPIRAZIONE

BIBLICO-CORANICA

 

Pietro II

 

 Questo libro è stato tradotto dall'autore dall'originale arabo. E' indirizzato a tutti coloro che vogliono liberarsi dal giogo del fanatismo imposto da tradizioni religiose scadute e da pregiudizi arbitrari. E' dedicato a tutti gli uomini di buona fede, assetati di verità e di giustizia, alla ricerca della fraternità.

 

"Presentate le vostre prove, se siete sinceri."

(Corano XXVII ; La Formica, 64)

DEDICATO

A MARIA VERGINE

NOSTRA MADRE E

MADRE DEL MESSIA

A FATIMA

FIGLIA DI MAOMETTO

"LA MADRE DEI CREDENTI"

E

AI CREDENTI INDIPENDENTI

DI OGNI RELIGIONE E RAZZA

 

(Traduzione dall'arabo dell'autore)

 

Diritti d'autore riservati

 

INDICE GENERALE

 

INTRODUZIONE
IL CORANO È UN TESTO ARABO DELLA BIBBIA

CAPITOLO I

I PRINCIPI DELLO STUDIO
1. IL RITORNO AL TESTO CORANICO.
2. LA RICERCA DEL SENSO SPIRITUALE DEL TESTO
3. LA PEDAGOGIA DIVINA NELL'ISPIRAZIONE.
I sacrifici
Il matrimonio
4. L'UNITÀ DELL'ISPIRAZIONE.
A) L'unità dell'ispirazione..
B) La discussione per mezzo del "migliore degli argomenti"

CAPITOLO II

I PUNTI DI CONTRASTO
1. La Trinità
2. Il Cristo e il suo titolo di Figlio di Dio
3. La divinità di Cristo
4. La crocifissione di Cristo
5. La Falsificazione della Bibbia
A) Le prove coraniche dell'autenticità della Bibbia
B) Le prove scientifiche dell'autenticità della Bibbia
1) Il "vangelo"di Barnaba
2) Il Corano parla forse di falsificazione?
6. La vita del profeta Maometto.
I matrimoni di Maometto
Le principale battaglie del profeta Maometto

CAPITOLO III

I PRINCIPALI PUNTI D'INCONTRO FRA IL CORANO E IL VANGELO.
1. IL MESSIA
2. LA VERGINE MARIA
3. LA TAVOLA (CELESTE )
4. LO SPIRITO

CAPITOLO IV

INVITATO ALLA REFLESSIONE
1. LA LETTERA D'ERACLE
A) La doppia ricompensa
B) L'empietà degli ariani
2. IL RIFUGIO DEI MUSULMANI IN ETIOPIA

CONCLUSIONE

INTRODUZIONE [Ritorno]

La maggior parte della gente crede che vi sia differenza fra il Corano e la Bibbia. Tuttavia l'ispirazione divina è unica, sia nella Bibbia sia nel Corano. Dio, che ha ispirato la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, ha ispirato anche il Corano. Quest'ultimo attesta l'autenticità della Bibbia. La differenza non è dunque nell'ispirazione ma nell'interpretazione. Dio dice nel Corano:

"Voi che avete ricevuto il Libro (la Bibbia) credete a ciò che Dio ha fatto discendere dal Cielo (il Corano) che conferma quello che è presso di voi (la Bibbia)" (Corano IV ; Le Donne, 50).

Questo libro è uno studio succinto del concetto autentico dell'Ispirazione divina. Invita ad aprirsi con fede all'ispirazione coranica e, attraverso questa, al Vangelo e alla Torah , confermati dal Corano. E' uno sguardo di fede sull'Ispirazione divina in generale per riunire i credenti per mezzo della scoperta dell'unità dell'ispirazione biblico-coranica. In effetti, il Corano conferma i suoi due predecessori, la Torah e il Vangelo e testimonia che Dio è il solo ed unico ispiratore della Bibbia e del Corano:

"Il nostro Dio e il vostro è Uno e noi gli siamo sottomessi" (Corano XXIX ; Ragno, 45).

Tuttavia, noi vediamo che le confessioni religiose hanno diviso cristiani e mussulmani a causa delle loro tradizioni ereditate di secolo in secolo. Questa divisione, dovuta a queste tradizioni umane, non si è limitata alla comunità musulmana e cristiana, ma ha conquistato l'interno di queste comunità sorelle, separando cristiani da cristiani e mussulmani da mussulmani. E' per questo che io prego il lettore di aprirsi con obiettività al contenuto di questo libro elevandosi al di sopra della mentalità del rito al quale appartiene, oltrepassando ogni mentalità confessionale ristretta, perché lo scopo di questo studio è liberarsi dallo spirito di congregazione confessionale e dal razzismo spirituale, inconsciamente infiltratosi in ognuno di noi. Possiamo liberarci da questo spirito malsano soltanto per mezzo della conoscenza di ciò che Dio ha veramente rivelato nei suoi Libri ispirati. Solo questa conoscenza è capace di liberarci dalle catene della tradizione e dai pregiudizi che ci fanno deviare dagli insegnamenti della Bibbia e del Corano.

Queste tradizioni e questi pregiudizi sono passati, col tempo nel sangue della gente e si sono tramandati di padre in figlio, accettati senza che la loro autenticità o la loro appropriatezza fossero state discusse. Alcuni "credenti" vi si sono aggrappati al punto da uccidere ogni oppositore, considerando questi principi assolutamente intoccabili, senza nemmeno assicurarsi della loro veridicità. Noi abbiamo tutti sofferto di questa situazione, ignorando che queste tradizioni non avevano alcun fondamento divino.

E' dunque importante convincersi della necessità di ritornare alla Bibbia e al Corano per rendersi conto della falsità di queste dicerie sparse da certa gente per creare confusione, come rivela il Corano:

"E' Lui che ti ha inviato il Libro (il Corano). Fra i versetti che lo compongono, alcuni sono fermamente stabiliti e contengono dei precetti: questi sono la base del libro, gli altri sono allegorici. Quelli che hanno tendenza all'errore nel loro cuore, si attaccheranno alle allegorie per seminare la discordia e per il desiderio di interpretarli; ma Dio solo ne conosce l'interpretazione. Gli uomini consolidati nella scienza, diranno: Noi crediamo (al Corano), tutto ciò che esso racchiude viene da Dio. Solo gli uomini sensati riflettono" (Corano III ; Famiglia d'Imran, 5).

Certi capi religiosi si sono arrogati il diritto di monopolizzare l'interpretazione dell'Ispirazione divina. Invece, l'interpretazione non é monopolio di nessun uomo. Secondo il versetto sopracitato "Dio solo ne conosce l'interpretazione", ed è "Dio che guida" i suoi eletti, come dice ancora il Corano nel capitolo XLII ; Il Consiglio, 52.

In effetti, i sapienti religiosi ebrei si sono arrogati il diritto d'interpretare, essi soli, la Bibbia, impedendo ai credenti di applicare a Gesù le profezie messianiche -tuttavia chiare- che vi si trovano.

Alcuni capi religiosi e teologi cristiani monopolizzano ugualmente il diritto d'interpretare il Vangelo, rifiutando di applicare le profezie esplicite che vi si trovano per denunciare l'ingiusta entità israeliana, manifestamente presa di mira da quei profeti. Questo atteggiamento colpevole che è una contro-testimonianza verso Gesù è dovuta alla solidarietà dei Cristiani con Israele e con il sionismo internazionale, denunciati tuttavia da San Giovanni, essendo lo Stato di Israele l'Anticristo che deve apparire (1 Giovanni 2,22).

Nello stesso modo, alcuni capi e sapienti mussulmani monopolizzano il diritto d'interpretare il Corano in favore di una tradizione cristallizzata che fa comodo a loro. Essi espongono delle interpretazioni personali, non divine, che lasciano trasparire uno spirito fanatico e separatista. Ciò facendo, impediscono agli uomini di comprendere i versetti coranici indipendentemente dalle loro ristrette concezioni, tanto lontane dall'Intenzione divina. Si fermano davanti ai versetti "allegorici" e li interpretano a loro favore "per seminare la discordia".

Il Corano impone ai credenti di avvicinarsi ai soggetti sacri partendo dalla conoscenza dei "Libri luminosi", poiché Dio ha ispirato questi libri come guida. L'uomo non deve dunque seguire in maniera irrazionale ogni suggestione fatta per suscitare dissensi, senza ricorrere ad un "Libro luminoso", come raccomanda il Corano:
"Vi sono degli uomini che discutono di Dio senza conoscenza; essi seguono ogni demone ribelle… Vi sono degli uomini che discutono di Dio senza conoscenza, senza essere guidati da un Libro luminoso" (Corano XXII ; Il Pellegrinaggio, 3 e 8).

Per questo, nella nostra discussione, noi abbiamo fatto ricorso a due libri luminosi: La Bibbia e il Corano, affinché la nostra fede non sia costruita sulle sabbie mobili delle dicerie che ci rendono "preda di ogni demone ribelle" e fanatico. Noi vogliamo costruire la nostra fede sulla roccia della conoscenza e della certezza. Allora noi fioriremo, perché saremo esposti ai raggi che si sprigionano dalla sorgente divina e non sottomessi alle favole e a tradizioni solamente umane. Queste sono fatte per condannarci, dato che non hanno alcuna base nei "Libri luminosi". Per questo motivo quelle sono state una sconfitta e hanno prodotto gli amari frutti della divisione tra fratelli. L'Intenzione divina, al contrario, è di riunire i credenti per mezzo di un'ispirazione unica, non di dividerli a causa di tradizioni che essa disapprova.

"Signore fa fiorire il mio cuore" dice il Corano (XX ; Lettere T.H., 26). Il cuore fiorisce soltanto se si libera dal giogo di una fede superficiale, frutto di tradizioni incartapecorite. Se aspiriamo alla salvezza, dobbiamo spogliarci di questa fede malsana, per abbracciare la fede reale, quella costruita sulla conoscenza dei "Libri luminosi". Questa conoscenza sarà la nostra guida nelle nostre discussioni sulle questioni divine.

Per comprendere la vera spiritualità dell'Islam dobbiamo prendere coscienza dell'abisso immenso che separa il Corano dalla maggior parte dei mussulmani. Questo abisso è uguagliato soltanto da quello che separa la Bibbia dalla maggioranza degli ebrei e dei cristiani. I responsabili di questo fossato sono i seguaci delle tradizioni rituali e del culto, preoccupati di salvaguardare un'eredità religiosa umana e un culto materiale, invece del culto "in spirito e in verità" voluto da Dio (Giovanni 4,24).

Il profeta Maometto ha detto nelle sue "Nobili Discussioni": "Verrà un tempo per gli uomini in cui non resterà del Corano che il suo schema e dell'Islam il suo nome. Questi si proclamano seguaci dell'Islam mentre sono i più lontani da esso".

Il defunto Sceicco Mohamad Abdo disse anche a questo proposito: "Ciò che noi vediamo ora dell'Islam, non è l'Islam. Hanno mantenuto, delle opere dell'Islam, solo un'apparenza di preghiere, di digiuno, di pellegrinaggio e poche parole deviate in parte dal loro senso. La gente è arrivata al ristagno che ho menzionato a causa delle eresie e delle leggende che hanno intaccato la loro religione e che essi considerano come religione. Che Dio ci preservi da quella gente e dalle loro calunnie su Dio e sulla Sua religione, perché tutto ciò che si rimprovera oggi ai mussulmani non appartiene affatto all'Islam: è qualche cosa di diverso che viene chiamato Islam" (Tradotto dal suo libro: "L'Islam e il Cristianesimo").

Il Cristo, parimenti, ha posto la domanda ai suoi apostoli, parlando della fede alla fine dei tempi:
"Il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?" (Luca 18,8).

Egli ci avverte che l'amore per Dio scomparirà dal cuore di molti uomini a causa dell'ingiustizia e dall'empietà che prevarranno alla fine dei tempi (Matteo 24,12). Per questo Egli mise in guardia i credenti dicendo:
"Non è dicendomi: Signore Signore che entrerete nel regno dei cieli, ma facendo la volontà del Padre Mio che è nei Cieli. Molti (falsi credenti) mi diranno in quel giorno (vedendomi in collera contro di loro): "Signore, Signore, non è forse in tuo nome che noi abbiamo profetizzato? In tuo nome che abbiamo cacciato i demoni? In tuo nome che abbiamo fatto tanti miracoli? Allora io dirò loro in faccia: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che commettete iniquità" (Matteo 7,21-22).

L'Apostolo Paolo certifica anch'egli, nelle sue lettere "che alla fine dei tempi sopraggiungeranno dei momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, senza cuore… avranno l'apparenza della pietà ma ne disprezzeranno la forza" (2 Timoteo 3,1-5).

Così, l'Ispirazione divina ci mette dappertutto in guardia contro le pratiche vane e superficiali alle quali sono attaccati molti credenti. Questi culti illusori sono sterili agli occhi del Giudice divino che non accorda la sua misericordia a causa di tali atti d'ispirazione pagana, ma si lascia colpire dalla bontà, dall'amore e dallo sforzo che ci vede compiere per arrivare a conoscere la verità e a praticare la giustizia.

Nell'Ispirazione evangelica, l'indice rivelatore della fede alla fine dei tempi è l'apparizione di una "Bestia" annunciata dall'apostolo Giovanni nel libro dell'Apocalisse. Questa "Bestia", cioè "l'Anticristo", è l'incarnazione delle forze del male e dell'ingiustizia nel mondo. Essa appare in Palestina, fino al cuore di Gerusalemme (Apocalisse 11,2 e 20,7-9), dove essa raduna le sue armate e i suoi sudditi "per la guerra" non per la pace. L'indice rivelatore della fede è il grado di entusiasmo usato per combattere questa Bestia. Più la fede è grande, più si accresce il discernimento spirituale per riconoscere l'identità di questo mostro e s'intensifica l'impegno a combatterlo a morte. Per contro, una fede vacillante o assente conduce l'uomo a sottomettersi alla Bestia, dicendo, davanti alla sua apparente potenza: "Chi uguaglia la Bestia? Chi può lottare contro di lei?" (Apocalisse 13, 4). L'ispirazione evangelica annuncia ai credenti la buona novella della loro vittoria sulla Bestia, l'Anticristo.

Io ho rivelato e dimostrato nel mio libro "L'Apocalisse smaschera l'Anticristo" che l'entità israeliana è questa "Bestia" che ha riunito le sue truppe sioniste dai quattro angoli della terra… per la guerra… in Palestina. Lo Stato d'Israele, questo prodotto artificiale formato da tanti pezzi, costruito sul delitto e sul sangue, simbolizza l'ingiustizia e il male. Esso va, però, verso la sua rovina.

I veri credenti, oggi, sono quelli che discernono l'identità della Bestia dell'Apocalisse e comprendono che in essa s'incarna "il male assoluto", secondo l'espressione dell'Imam Musa Sard, che aggiunge: "Collaborare con Israele è un peccato". Ai giorni nostri i credenti sono quelli che si sollevano contro il nemico di Dio, il sionista insediato in Palestina occupandone tutto il territorio e facendo traboccare la sua ingiustizia fino al Libano del sud.

La Bestia apocalittica è la misura temibile per mezzo della quale Dio esamina il cuore dei credenti, per condannare coloro che collaborano con essa e benedire eternamente i cuori nobili e coraggiosi che la combattono con fede.

L'unità fra tutti i credenti si opera, oggi, per mezzo della loro unione contro lo Stato di Israele, il nemico di Dio e del Suo Messia, Gesù di Nazareth. Il combattimento contro lo Stato di Israele equivale ad un nuovo battesimo.

Anche l'ispirazione coranica ha annunciato l'apparizione di una "Bestia" alla fine dei tempi:
"Quando la sentenza pronunciata su di loro (i non credenti) sarà prossima ad essere eseguita, noi faremo uscire dalla terra una bestia che griderà: In verità gli uomini non hanno creduto fermamente nei nostri miracoli" (Corano XXVII ; La Formica, 84).

Questa è la "Bestia" dell'Apocalisse. Maometto ha annunciato nelle sue "Nobili Discussioni" l'apparizione dell'Anticristo in Palestina, "riversandovisi da ogni luogo", come fu per gli Ebrei. Il Profeta prosegue dicendo che essi attraverseranno il lago di Tiberiade e che questi "ciarlatani" inganneranno molti credenti. I veri credenti li combatteranno e trionferanno su di loro. Io ho dimostrato nel mio libro "l'Anticristo nell'Islam", la relazione tra questo "messia ciarlatano" con l'entità di Israele, sostenendo i miei argomenti per mezzo delle "Nobili Discussioni" raccolte nell'opera dello Sceicco Sobhi Saleh "Mahnal el Waridin".

Molte false dottrine si sono infiltrate nelle fila dei credenti come tradizioni ferme e indiscutibili. Fra queste figurano: a) la pretesa -alla quale credono numerosi cristiani- che il Corano contraddica il Vangelo, b) la pretesa -alla quale credono molti mussulmani- che il Vangelo sia falsificato e che ci sia una contraddizione fra i quattro Vangeli.

Certi Mussulmani non prestano fede al Vangelo con il pretesto che è stato scritto dopo l'Ascensione di Cristo. Ignorano che la potenza dell'ispirazione di Dio non si limita né alla presenza fisica del Messia nel mondo, né a un tempo o a un luogo preciso.

Tutte queste idee dimostrano l'ingenuità e l'infantilismo della gente capace di credere a tali frottole.

Noi abbiamo voluto in questo studio, entrare nel mondo dell'ispirazione per la porta del Corano. Attraverso di esso, siamo arrivati alla Bibbia. In tal modo abbiamo scoperto l'unità dell'ispirazione biblico-coranica. Per questa ragione non comprendiamo perché coloro che credono in uno di questi due Libri combattano coloro che credono nell'altro. E' illogico accettare l'uno senza l'altro.

Il Corano è il testo arabo della Bibbia [Ritorno]


La trappola nella quale sono caduti cristiani e mussulmani è l'idea che la religione del Corano si opponga a quella della Bibbia. Il Corano non è responsabile di questo equivoco. Al contrario, si presenta come un riassunto del messaggio biblico, ispirato a Maometto in "lingua araba chiara", indirizzato agli abitanti dell'Arabia, perché essi non avevano avuto -come i popoli della Bibbia- dei messaggeri divini per istruirli. Il Corano dice:

- "Il Corano è una rivelazione del Sovrano dell'Universo. Lo Spirito fedele l'ha fatto discendere (dal cielo) nel tuo cuore (o Maometto), affinché tu fossi uno degli apostoli in lingua araba chiara. Esso (Il Corano) si trova nei Libri (la Bibbia) dei primi (ebrei e cristiani )" (Corano XXVI ; I Poeti, 192-196).

Si deve notare che l'ispirazione coranica si trova già nella Bibbia che precede il Corano. Il Corano dunque non differisce dalla Bibbia poiché è emanazione della Bibbia. Esso differisce dalla Bibbia solo per il fatto che é stato rivelato in "lingua araba chiara".

- "Così, abbiamo rivelato in arabo una Saggezza" (Corano XIII ; Il Tuono, 37)

- "Noi ti abbiamo rivelato un Libro (il Corano) in lingua araba affinché tu ammonisca la madre dei villaggi (la Mecca) e i suoi dintorni" (Corano XLII ; Il Consiglio, 5).

- "Esso (il Corano) è la verità venuta dal tuo Signore, affinché tu avvertissi un popolo che non ha avuto profeti prima di te e perché sia guidato sulla strada giusta" (Corano XXXII ; L'Adorazione, 2).

A dispetto di questi versetti chiari, certi fanatici desiderosi di convertire l'umanità ad un Islam integralista si alzano per "difendere" il Corano, proclamando che non è solo per gli Arabi, ma per il mondo intero. Dovrebbero piuttosto riferirsi ai testi coranici la cui ispirazione è indirizzata agli Arabi della "Madre dei villaggi". Tuttavia, ma con uno spirito ben differente, noi sosteniamo che il Corano è effettivamente una luce per il mondo intero, poiché il suo messaggio non è altro che il messaggio biblico. Ciò risulta dal versetto citato prima: "Esso (Il Corano) si trova nei Libri dei primi" (Corano XXVI ; I Poeti, 196). Maometto, come ogni profeta, fu inviato come guida universale, al di là di ogni confessione religiosa odierna.

La parola "Corano", in arabo, significa lettura, essendo quel libro santo una "lettura" araba della Bibbia, il cui originale è in ebraico (per l'Antico Testamento) e in greco (per il Nuovo Testamento). Gli Arabi dell'epoca di Maometto ignoravano queste due lingue; giustificavano la loro ignoranza della Bibbia con il pretesto dell'incapacità di leggerla. Sostenevano anche, orgogliosamente, che se avessero potuto prendere conoscenza del messaggio biblico, sarebbero stati -per la loro intelligenza superiore- più eruditi degli ebrei e dei cristiani. Per tagliare corto con questi argomenti, Dio, dunque, ispirò il Corano "in lingua araba chiara", informandoli del contenuto del "Libro dei primi". Infatti Dio dice:

"Non direte più: -Due popoli (gli Ebrei e i Cristiani) hanno ricevuto le Scritture prima di noi e noi eravamo incapaci di studiarle-. Non direte più: -Se ci avesse inviato un libro saremmo stati più illuminati di loro-. Una dichiarazione evidente (il Corano) è dunque venuta a voi da parte del vostro Signore. Essa è la direttiva e la prova della misericordia divina. Chi è più malvagio di colui che considera menzogna i segni di Dio e distoglie la mente da essi? Noi puniremo coloro che si allontanano dai nostri segni con un supplizio doloroso, perché si sono allontanati dai nostri segni" (Corano VI ; Il Gregge, 157-158).

I versetti del Corano -che è una traduzione araba della Bibbia- sono stati "modellati" con precisione, seguendo lo stile e la mentalità araba per essere meglio compresi dagli Arabi:

"E' un Libro (il Corano) i cui versetti sono stati modellati (o esposti) per formare un Corano (una lettura) arabo per gli uomini che hanno intelligenza. Non ti viene detto niente (Maometto) che non fosse stato detto agli inviati (biblici) tuoi predecessori… Se avessimo fatto di questo Corano un libro scritto in una lingua straniera, essi (gli Arabi) avrebbero detto: -Se almeno i versetti di questo libro fossero modellati in lingua straniera ed anche in lingua araba!- (Al fine di comprenderli). Devi dire dunque (agli Arabi): Esso (il Corano in arabo) è un orientamento e un rimedio per coloro che credono" (Corano XLI ; Versetti Esposti Chiaramente, 2 e 43-44).

Nello stesso modo in cui il Corano è una lettura biblica modellata per gli Arabi, questa opera tradotta dall'arabo dall'autore mira a presentare all'occidente il messaggio coranico modellato secondo la mentalità occidentale. Il Corano, essendo una lettura della Bibbia, non aggiunge niente di nuovo o di contrario a questa, poiché Dio non rivela a Maometto "niente che non sia già stato detto agli inviati, suoi predecessori", come si vede nei versetti citati sopra.

Il Corano, però, non contiene tutto il messaggio biblico, perché Dio dice a Maometto:
"Prima di te, Noi abbiamo mandato degli apostoli. Ti abbiamo raccontato la storia di qualcuno di loro e di altri non ti abbiamo detto niente…" (Corano XL ; Il Credente, 78).

Gli apostoli, che sono menzionati nel Corano, lo sono anche nella Bibbia. E' per questo che ho detto che il Corano stesso si presenta come un'ispirazione riassuntiva della Bibbia e dunque non ne differisce nella sua essenza.

Per questo, quando ai tempi di Maometto certi mussulmani domandarono ad alcuni cristiani di farsi mussulmani, essi risposero che erano già mussulmani prima del Corano; la parola "Mussulmano", infatti, significa in arabo "sottomesso a Dio":

"Coloro ai quali abbiamo dato il Libro (la Bibbia) prima di esso (il Corano) ci credono; quando glielo leggono, dicono: -Ci crediamo! E' la verità (che viene) dal nostro Signore. Noi eravamo mussulmani prima della sua venuta…- Costoro riceveranno una doppia ricompensa…" (Corano XXVIII ; La Storia, 52 e 54).

Notare l'espressione: "Noi eravamo mussulmani prima della sua venuta" che significa che quei cristiani non esitarono a dichiararsi mussulmani, ossia sottomessi a Dio, prima della rivelazione del Corano. L'atteggiamento del Corano e di Maometto è di concedere una "doppia ricompensa" a quei credenti che, senza rinunciare al cristianesimo, si riconoscevano senza riserva tanto mussulmani quanto cristiani. La conclusione logica che deriva da questi versetti è che l'Islam, nell'ottica del Corano, è solo un altro nome del cristianesimo. Questo è confermato dal Corano stesso: "…Egli (Dio) vi ha prescelti e non vi ha imposto nella religione che vi ha dato, nulla di gravoso; essa era la religione del padre vostro Abramo; Egli vi ha chiamati Muslim già in passato e qui (nel Corano), affinché l'Apostolo (Maometto) sia testimone contro di voi e voi siate testimoni contro gli altri uomini …" (Corano XXII ; Pellegrinaggio, 77-78).

Facendo visita a una sedicente società musulmana, io fui coinvolto in una discussione nel corso della quale dissi: "Io sono mussulmano da prima del Corano". Uno degli integralisti presenti si adirò e disse: "Queste parole sono bestemmie!" Io risposi: "La differenza fra il Corano e voi è che voi giudicate le mie parole bestemmie mentre il Corano, al contrario, mi benedice perché le ho dette e mi dà una doppia ricompensa". Questo è solo uno dei molteplici esempi vissuti negli ambienti cosiddetti cristiani e mussulmani. Queste esperienze mi hanno insegnato a discernere fra la vera fede e il fanatismo religioso.

In testimonianza dell'unità dell'Islam e del Cristianesimo, citiamo questi esempi:

- Il Corano considera mussulmani gli apostoli di Gesù venuti al mondo sette secoli prima di esso: "E quando rivelai agli apostoli: "Credete in Me e nel mio Messaggero" (Gesù), risposero: "Noi crediamo e sii pure testimone che noi siamo mussulmani" (Corano V ; La Tavola, 111).
- Abramo, venuto ventisette secoli prima del Corano, viene da esso considerato come mussulmano: "Abramo non era né ebreo, né nazareno (cristiano), ma era un vero mussulmano (sottomesso)" (Corano III ; La famiglia d'Imran, 60).
- Il profeta Maometto dice nel Corano: "Io sono il primo dei mussulmani" (Corano VI ; Il Gregge, 163). L'interpretazione ufficiale riportata dal commento "Al Jalalein" spiega che Maometto è il primo mussulmano fra gli Arabi.

Il Corano consola il cuore di ogni credente con i versetti sopracitati della sura XXVIII ; Il Racconto, rivelando l'apertura dei cristiani dell'epoca al Corano e la doppia benedizione elargita dal Corano ad essi. Dove trovare, oggi, in un mondo reso fanatico dai diversi culti e riti, una pari grandezza d'animo, dall'una e dall'altra parte? Se un cristiano osasse affermare di essere un mussulmano prima del Corano, susciterebbe contro di sè la collera di moltissimi cristiani e mussulmani tradizionalisti. Qui si vede l'abisso fra il disegno originale di Dio e le tradizioni umane deviate.

Il Corano dice agli Arabi: "Non fate controversie contro i popoli del Libro (La Bibbia) se non con il migliore (degli argomenti) a meno che essi non siano degli uomini ingiusti. Dite loro: Noi crediamo a ciò che ci è stato inviato (Il Corano) come a ciò che vi è stato inviato (La Bibbia). Il nostro Dio e il Vostro Dio è Uno e noi gli siamo mussulmani (sottomessi)", (Corano XXIX ; Il Ragno, 45). Il mussulmano deve dunque credere nella Bibbia. Si deve sforzare senza sosta e con cuore puro a scoprire "il migliore degli argomenti" per sostenere questa fede. E' questa "la Via Retta" (Corano I ; La Aprente il Libro, 5).

Cristiano e mussulmano sono due appellativi di una stessa verità. Infatti, essere cristiano significa testimoniare che Gesù è veramente il Messia. Il Corano attesta la stessa cosa. Essere mussulmano significa abbandonarsi a Dio: questa è la disposizione che deve avere ogni cristiano.

Noi ci meravigliamo del comportamento di certi Arabi che escludono la Bibbia e la mettono fuori dalle loro frontiere. Ignorano forse che il Corano li condanna? Il Corano non predica un'altra religione e non rivela un altro Dio diverso da Colui che ha ispirato la Bibbia. Chi è capace di comprendere questa semplice verità compie un passo da gigante nella Via di Dio.

Alcuni pensano che il Corano dispensi dalla Bibbia e arrivano fino a disprezzarla. Altri dicono che è sufficiente la Bibbia e disdegnano il Corano. Gli uni e gli altri hanno i loro argomenti e i loro pretesti. Tutti cadono così nella trappola del razzismo religioso, disubbidendo così agli ordini di Dio in tutti i suoi Libri ispirati.

Il Corano non ha mai preteso di sostituirsi alla Scritture bibliche e anzi avvicina ad esse il lettore ebreo o cristiano: "Dì alla gente del Libro (la Bibbia): Voi non vi appoggerete mai a niente di solido finché non obbedirete alla Torah e al Vangelo" (Corano V ; La Tavola, 72). Il Corano spinge anche gli Arabi a conoscere la Bibbia; Dio dice a Maometto:

"Tu non sapevi cosa fosse il Libro (la Bibbia) né la fede; Noi abbiamo fatto una sorgente di luce con l'aiuto della quale guidiamo coloro che fra i nostri servi ci piace guidare" (Corano XLII ; Il Consiglio, 52).

Nonostante la testimonianza più volte ripetuta, del Corano in favore della Bibbia, molti dotti mussulmani hanno interpretato i versetti del Corano senza ricorrere alla Bibbia. Per questo motivo le loro interpretazioni sono estranee allo spirito e alla logica dell'ispirazione divina e portano i germi della discordia e della separazione fra i credenti. L'ispirazione coranica si trova nei "Libri dei primi" e per conseguenza non è isolata dall'ispirazione biblica. Il profeta Maometto ignorava "la Bibbia e la fede", Dio perciò gli rivelò il Corano, per istruirlo nel messaggio biblico in lingua araba.

Ogni persona che legge la Bibbia e il Corano con obiettività, senza pregiudizi, si rende conto della parità dei due messaggi e delle due ispirazioni e crescerà in saggezza e perspicacia.

Certe storie raccontate nella Bibbia si ritrovano nel Corano e il Corano riporta unicamente storie bibliche, dalla Creazione fino alla fine dei tempi, passando da Noè, da Abramo, dalle dodici tribù, dalla rottura dell'alleanza da parte degli Ebrei al Messia Gesù, figlio di Maria. Perché dunque allontanarsi da uno di questi due Libri, dato che la Bibbia dona un accrescimento di luce, rischiarando l'ispirazione coranica?

Un gran numero di persone discutono di religione e vi si dedicano con entusiasmo, ma questo entusiasmo ignorante non è rischiarato dal contenuto dei Libri ispirati. Essi, in tal modo, si smarriscono nelle trappole del fanatismo. Un atteggiamento come questo è un abominio agli occhi di Dio e dei suoi profeti.

Chi vuole discutere di religione deve saper prendere distanza e consultare la Bibbia e il Corano da vicino, prima di lanciarsi in un dialogo che i fanatici trasformano in sfida e battaglia. L'ispirazione divina, al contrario, comanda di discutere "per mezzo del migliore" degli argomenti e dei comportamenti. Quanti responsabili della religione calpestano questo comandamento del Corano, ignorando i Libri e tenendosi lontani dall'ispirazione con il pretesto di rispettarla? In tal modo essi seminano la discordia tra i fratelli credenti.

Seguendo questa riflessione, noi comprendiamo l'essenza dell'Islam partendo dalla definizione che ne dà il Corano. La spogliamo così delle sovrastrutture tradizionaliste -aggiunte come parassiti lungo il corso dei secoli e degli eventi- che hanno sfigurato la purezza dei suoi tratti.

Noi abbiamo perfettamente capito che agli occhi del Corano il mussulmano è "colui che volge la sua faccia verso Dio e opera il bene. Costui ha afferrato un'ansa saldissima" (Corano XXXI ; Luqman, 21). Tale è l'essenza dell'Islam coranico. Ora, questo è il bene che si fa girando la faccia verso la Bibbia, perché Dio vi si trova come nel Corano. Felici gli uomini che si abbandonano a Dio, leggendo i suoi Libri, anche se questi uomini fossero credenti di qualsiasi religione: "Hanno afferrato un'ansa saldissima".

Bisogna dar rilievo al seguente fatto: gli Arabi prima di Maometto erano nell'impossibilità di studiare la Bibbia perché era scritta in ebraico e in greco. Oggi la Bibbia è tradotta in arabo e in altre lingue comprese dagli arabi (come l'inglese). Essi quindi non hanno più scuse per ignorarla.

Nello spirito di ciò che fu detto alle genti della Bibbia, noi diciamo oggi alle genti del Corano: "Non vi appoggerete a niente di solido finché non osserverete la Torah e il Vangelo" perché senza di loro non afferrerete lo Spirito divino nel Corano. (Corano V ; La Tavola, 72).

La pienezza dello spirito coranico non si può comprendere senza ricorrere alla Bibbia, che è la sua sorgente. Noi crediamo che il Giudaismo della Torah, il Cristianesimo del Vangelo e l'Islam del Corano hanno una sola e unica sorgente. Non esitiamo a proclamare la nostra fede nell'Islam e nel suo nobile profeta, Maometto. Noi gli siamo pure riconoscenti di avere fortificato la nostra testimonianza verso Dio, il Messia e il Vangelo.

Con questo studio, vogliamo inculcare senza compromessi lo spirito di mutua comprensione e di armonia fra i veri credenti di tutte le confessioni, spiegando l'accordo totale che c'è fra la Bibbia e il Corano.

I miei compagni ed io stesso, ben coscienti delle difficoltà e delle persecuzioni alle quali andremo incontro da parte dei fanatici delle diverse confessioni, abbiamo nondimeno giurato di andare avanti con pazienza e determinazione. Nel nome di Dio noi andiamo avanti, trascurando tutte le interpretazioni strozzate e stiracchiate dei creatori di disordine. Ci siamo sforzati instancabilmente di trovare "il migliore degli argomenti" e non lo perderemo di vista, perché vogliamo soddisfare solo Dio e la nostra coscienza, camminando così in questa "Via Retta" della salvezza spirituale.

I credenti di tutte le confessioni che giungeranno a liberarsi di tutti i pregiudizi verso i Libri santi, scopriranno con gioia che sono figli di uno stesso Dio, che sono fratelli e amici, dopo aver creduto per tanto tempo di essere nemici mortali.

 

CAPITOLO I

 I principi dello studio [Ritorno]

 Il nostro studio sull'Ispirazione divina è fondato sui seguenti principi immutabili:

1. Il ritorno al testo coranico stesso.
2. La ricerca del senso spirituale del testo.
3. La pedagogia divina dell'ispirazione.
4. L'unità dell'ispirazione.

Rispettando questi principi nello studio dell'ispirazione biblico-coranica, giungeremo a comprendere l'Intenzione divina per scoprire finalmente l'unità delle due ispirazioni.

1. Il ritorno al testo coranico. [Ritorno]

Dio esige dai credenti la prudenza nella ricerca della verità spirituale. Egli domanda loro di appoggiarsi sempre sui libri ispirati e di ignorare le dicerie propagate dai creatori di disordini. Dio ci mette in guardia dicendo:
"Vi sono degli uomini che discutono di Dio senza averne conoscenza, senza aver ricevuto nessuna direttiva, senza essere guidati da un Libro luminoso" (Corano XXII ; Il Pellegrinaggio, 8).

Il Libro luminoso al quale noi siamo ricorsi per comprendere lo spirito del Corano è il Corano stesso; noi confermiamo i nostri argomenti per mezzo di questo Libro ispirato e per mezzo della Bibbia, allo scopo di manifestare l'unità che esiste fra i Libri ispirati. Noi di proposito non prestiamo nessuna attenzione alla vane proteste di coloro che si compiacciono di controversie superficiali, risparmiando così il loro tempo e il nostro.

Questa necessità di ricorrere a un Libro luminoso fu sentita dagli stessi apostoli del Messia, per convincere gli ebrei che Gesù era veramente il Messia annunciato dai profeti dell'Antico Testamento. Infatti, l'ispirazione evangelica dice che gli ebrei che hanno creduto al Messia hanno: "…accolto la Parola (annunciata dagli apostoli) con gioia, e scrutavano quotidianamente ciò che era stato scritto nei Libri, allo scopo di assicurarsi dell'esattezza di ciò che udivano" (Atti 17,11).

Il Messia aveva agito nello stesso modo con i suoi Apostoli dopo la sua resurrezione: "Egli spiegò loro, in tutte le Scritture, cominciando da Mosè e passando per tutti i profeti, ciò che si riferiva a Lui" (Luca 24,27).

Il credente avveduto deve dunque costantemente riferirsi ai Libri luminosi, se cerca una direzione sicura, per fondare la sua fede sulla conoscenza, secondo l'esempio degli apostoli, suoi predecessori.

 2. La ricerca del senso spirituale del testo [Ritorno]

Dio ci ha comandato di cercare sempre il senso spirituale dei testi ispirati e ci ha messo in guardia contro il trabocchetto dell'interpretazione letterale e ristretta, che fa deviare dall'Intenzione divina. L'ispirazione divina ha lo scopo di infiammare i nostri cuori e stimolare il nostro interesse per la vita spirituale eterna, che supera oltre misura la vita corporale. Per questo il Corano, dopo il Vangelo e la Torah, ci incita a diventare sensibili e ad aderire allo spirito attraverso la lettera. Il Corano dice:
"Vi sono alcuni che servono Dio, ma alla lettera. Se tocca loro un bene, prendono coraggio, ma se tocca un male, cadono faccia a terra, perdendo questo mondo e l'altro. Ecco manifestamente i perdenti" (Corano XXII ; Il Pellegrinaggio, 11).

Ritroviamo il medesimo avvertimento nel Vangelo in uno stile differente: "La lettera uccide, lo Spirito vivifica" (2 Corinzi 3,6). Il Messia ci raccomanda di non capire l'ispirazione alla lettera e di non attardarci sul senso letterale, ma di elevarci verso l'Intenzione divina che si manifesta nelle parole profetiche, dicendo: E' lo Spirito che vivifica, la carne non serve a niente. Le Parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita" (Giovanni 6,63).

Anche l'Antico Testamento ci invita a superare la lettera per raggiungere lo Spirito. Citiamo come esempio la circoncisione e il digiuno. Il profeta Geremia (VI° secolo A.C.) disse: "Circoncidetevi per Yahvè, tagliatevi il prepuzio del vostro cuore" (Geremia 4,4).

Questo grande profeta aveva, dunque, capito che l'Intenzione divina nella circoncisione intendeva la purificazione del cuore, non l'asportazione del prepuzio: un atto spirituale, non fisico, per lavare l'anima dai pensieri e dalle tendenze impure. E' perciò che San Paolo dice, sempre su questo argomento: "La circoncisione non significa niente, niente più della non-circoncisione; quello che conta, è osservare i comandamenti di Dio" (1 Corinzi 7,19). In effetti, coloro che osservano i comandamenti di Dio sono stati "circoncisi" con una circoncisione, non per mano di un uomo, ma che si esplica nell'intero spogliarsi del corpo carnale” (Colossesi 2,11). Tale è la circoncisione spirituale per mano di Dio, per purificare l'anima con il pentimento e la grazia. Questa non può essere paragonata alla circoncisione fisica, fatta da mano d'uomo, incapace di lavare l'anima dalle sozzure.

La circoncisione, il digiuno, i sacrifici, il pellegrinaggio…, ecc. sono tutti dei simboli "allegorici" che evocano delle realtà spirituali; fanno parte delle "allegorie" che devono essere interpretate spiritualmente, non letteralmente, come continuano a fare "quelli che hanno tendenza all'errore nel loro cuore, si attaccheranno alle allegorie per seminare la discordia e per il desiderio di interpretarle; ma Dio solo ne conosce l'interpretazione. Gli uomini esperti di scienza, diranno: Noi crediamo, tutto ciò che esso racchiude viene da Dio. Solo gli uomini sensati riflettono" (Corano III ; Famiglia d'Imran, 5).

Il Corano rivela che l'interpretazione delle "allegorie" è conosciuta solo da Dio. Come dunque alcuni osano interpretarle in una maniera e in uno stile che suscitano la zizzania e la divisione tra fratelli? Noi però non presentiamo un'interpretazione personale ma abbiamo fatto ricorso alla Parola di Dio nella Bibbia, e particolarmente nei libri del Vangelo. Lì abbiamo trovato l'interpretazione di Dio stesso concernente le "allegorie" e ciò dalla sua stessa "Parola deposta in Maria" (Corano IV ; Le Donne, 169). La parola di Dio s'incarnò in Lei per illuminare il mondo riguardo all'intenzione di Dio nella sua ispirazione. Questa Parola benedetta non sbaglia mai, supera e confonde ogni interpretazione umana. Solo "gli uomini sensati che riflettono", che sono aperti liberamente e senza costrizioni all'insieme dell'ispirazione biblico-coranica, riusciranno ad istruirsi di questa Parola Divina. Tutti coloro che sono caduti nelle reti del fanatismo possono liberarsi di questa schiavitù infernale se si lasciano guidare dalla Parola totale di Dio. Eviteranno così il giudizio severo di Dio e glorificheranno allora la sua santa ispirazione biblico-coranica ripetendo con il Corano: "Ci crediamo, tutto ciò che esso racchiude viene da Dio".

Quanto al digiuno, il profeta Isaia (VIII° secolo A.C.) l'aveva da tempo spiegato dicendo che l'Intenzione divina non mirava al bere e al mangiare, ma alle opere di giustizia. "Voi non sapete quale è il digiuno che mi è gradito? Oracolo del Signore Yahvè! Rompere le catene ingiuste, sciogliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi, spezzare tutti i gioghi, dividere il tuo pane con l'affamato, accogliere i poveri senza tetto, vestire colui che vedi nudo e non allontanarti davanti a colui che è carne della tua carne" (Isaia 58,6-7).

Sì, in effetti noi crediamo che il vero digiuno sia trattenere la lingua dalle parole vane, dalle calunnie che portano danno agli uomini; astenersi dal divorare i beni altrui. Questo è il nutrimento dal quale bisogna astenersi, come aveva detto il Messia: "Ascoltate e comprendete: non è ciò che entra nella bocca a rendere l'uomo impuro, ma ciò che esce dalla bocca e proviene dal cuore; questo rende l'uomo impuro. Dal cuore infatti, vengono disegni malvagi, omicidi, adulteri, stravizi, furti, false testimonianze, diffamazioni. Ecco le cose che rendono l'uomo impuro" (Matteo 15,10-20).

Il Corano, ispirato per confermare il Vangelo, conferma queste parole sconvolgenti del Messia. Infatti, nella sura della Famiglia d'Imran sono riportate le parole del Messia indirizzate agli ebrei:
"Io sono venuto a voi con un Segno del vostro Signore… che conferma ciò che si trova nella Torah e per rendervi lecito una parte di ciò che vi era stato interdetto" (Corano III ; La Famiglia d'Imran, 44).

I discepoli di Dio capirono che nessun cibo è vietato né considerato impuro da Dio. La Torah e il Corano menzionano questi divieti solo per preparare al concetto del puro e dell'impuro nelle azioni e nei comportamenti umani, indirizzandosi a degli uomini che ignoravano Dio, il bene e il male. Per questa ragione, Dio ritorna su questo soggetto e chiarisce la sua intenzione sul puro e sull'impuro nella sura La Tavola, spiegando che:
"Oggi, vi sono permesse le buone cose, il cibo di coloro a cui é stato dato il Libro (la Bibbia) é lecito anche a voi, come i vostri alimenti sono leciti anche ad essi" ( Corano V ; La Tavola, 5).

Dio conferma ancora questa Sua intenzione più avanti nella stessa sura:
"O voi che credete, non dichiarate proibito il cibo buono di cui Dio vi ha permesso l'uso. Non divenite trasgressori. Dio non ama i trasgressori. Mangiate ciò che Dio vi ha concesso come lecito e buono" ( Corano V ; La Tavola, 89-90).

Bisogna costatare che questo comandamento si indirizza a coloro che credono, "O voi che credete", e non ai non credenti che trasgrediscono la volontà di Dio, non praticandolo. Siamo di quelli che credono alle parole del Messia che ha dichiarato "lecito una parte di ciò che era proibito" del cibo, come spiegato prima. Non siamo dei trasgressori. Noi crediamo anche in Maometto, il suo compagno di missione celeste, che fu inviato per confermare il Vangelo e le parole del Messia che vi si trovano.

In virtù di questa fede che è la nostra, siamo decisi a non vietare ciò che Dio dichiara lecito, perché Dio dice ancora nella sura La Tavola:
"Non vi è alcuna colpa per quelli che credono e fanno opere buone riguardo a cibi che abbiano preso, quando temono Dio, credono e praticano le opere buone..." ( Corano V ; La Tavola, 94).

Fare il bene! E' questo il puro che Dio prescrive. Fare il male! Ecco l'impuro che Dio proibisce. Così nella sura VI; Il Gregge, Dio chiede a Maometto di dire:
"Venite, perché io reciti a voi ciò che il vostro Signore vi ha proibito: non associate a Lui altri dei... Allontanatevi dai peccati abominevoli… Non uccidete nessuno ingiustamente; Dio ve lo ha proibito… Ecco ciò che Dio vi ha ordinato: non toccate le sostanze dell'orfano… Date la misura esatta e il peso secondo giustizia… Quando pronunciate un giudizio siate giusti; ciò Dio vi comanda perché voi riflettiate. Sappiate che questo è la mia Via Retta; seguitela e non seguite altre vie…" ( Corano VI ; Il Gregge, 151-153).

Da notare che non è una questione di cibo puro e impuro in queste prescrizione divine della Via Retta. Bisogna dunque attualmente superare queste proibizioni culinarie e materiali, per mettere in pratica ciò che il Messia dice nel Vangelo di Matteo e nella sura La Famiglia d'Imran. Solo un cuore maturato nella sana fede all'ascolto delle direttive di Dio giunge a liberarsi per lanciarsi nella "Via Retta" prescritta dal Corano.

Questo si applica anche al digiuno del Ramadan. Questo digiuno non è obbligatorio come pretendono i fanatici poiché, come prescrive il Corano stesso, “quelli che potrebbero digiunare e che se ne dispensano, dovranno, in compenso, nutrire un povero” (Corano II ; La Vacca, 179-181 e la seconda parte del 187). Il vero digiuno è dunque di non “mangiare il denaro degli altri” come prescrive il Corano qui di seguito. Quelli che conducono una vita molto regolare, molto equilibrata in ogni cosa sono quelli che digiunano durante la loro vita. Abbiamo visto persone che digiunavano per poi gettarsi sul cibo come belve su tavoli molto guarniti e finire per vomitare dopo i loro pasti pantagruelici, sregolati, dalla sera all’alba…
Beati quelli che comprendono l’intenzione divina e praticano l’equilibrio e il dominio di sé in ogni cosa.
Questa è la ragione per cui il Corano prescrive: “Non vi sia costrizione alcuna nella religione” (Corano II ; La Vacca, 257). Questo si applica anche, certamente, al digiuno.

L'ispirazione coranica sottolinea anche che il digiuno consiste nell'astenersi dall'ascoltare discorsi menzogneri e dal divorare il denaro degli altri:
"Coloro che Dio non avrà purificato nel cuore saranno coperti d'obbrobrio in questo mondo e soffriranno nell'altro un castigo terribile: Gli ascoltatori di menzogne e i divoratori del denaro illecito" (Corano V ; La Tavola, 45 e 46).

Dio dice anche nel suo Libro Santo:
"Non consumate fra voi le vostre sostanze in cose vane, né offritele ai giudici per appropriarveli e consumare parte delle sostanze degli altri ingiustamente, sapendo il peccato che commettete" (Corano II ; La Vacca, 184).

Da questi versetti appare chiaro che la purificazione voluta è quella del cuore e il digiuno appare come il dovere di astenersi dall'ascoltare le menzogne e dal "mangiare" il denaro ingiustamente senza mai saziarsi e non di astenersi dal mangiare dei cibi materiali per un tempo limitato.

Mosè ha dato agli ebrei una legge, la Torah. Certuni, testardi, insistono anche ai nostri tempi a considerare questa legge alla lettera, rifiutando di aprirsi all'Intenzione divina. Questa preclusione li ha isolati da Dio, è il motivo principale del rifiuto di Gesù come Messia da parte degli ebrei. Essi attendevano un Messia guerriero, un politico autoritario e un economista geniale. Invece il Messia è venuto a parlare di pentimento, d'amore verso gli altri e non di combattimento armato, del disprezzo delle ricchezze, non della loro importanza. Inoltre ha spiegato il concetto spirituale dell'abluzione (purificazione fisica per mezzo dell'acqua), del digiuno, del riposo del sabato e della legge mosaica in generale. I giudei fanatici, però, si sono aggrappati alla lettera alla legge e non al suo spirito e perciò hanno rifiutato di riconoscere quel Messia che li invitava a lavarsi alla sorgente delle acque spirituali, non materiali, ossia alle sorgenti del pentimento, le sole capaci di purificare il cuore dalle impurità reali.

Ecco perché Dio ci invita, nel Corano, a un esame serio di coscienza. Questo giustifica o condanna ciascuno di noi. E' riportato nella sura di Giona:
"Dì loro: -Avete visto i beni che Dio ha fatto scendere sopra di voi? Voi ne avete dichiarato alcuni leciti e altri illeciti-. Dì: -E' Dio che vi ha permesso di dire queste cose o voi invece avete inventato questa menzogna contro Dio? Cosa penseranno quelli che inventano le menzogne contro Dio il giorno della Resurrezione? Dio dona grazie agli uomini, ma la maggior parte di essi non gli è riconoscente" ( Corano X ; Giona, 60-61).

Questi versetti sconvolgenti rivelano che è stato l'uomo, nella sua sciocchezza, che ha distinto "contro Dio", il permesso e il proibito. Quale sarà la risposta di ognuno di noi a questa domanda fatta dal Corano? E' Dio che distingue fra ciò che è permesso e ciò che è proibito nei beni che Egli stesso ci dispensa o è lo spirito costretto dei cattivi credenti che attribuiscono questa menzogna a Dio?

D'altronde e in ogni maniera, il Corano rivela che Dio è libero di cancellare ciò che Egli vuole nei Libri rivelati:
"Un libro fu mandato per ogni epoca ben determinata. Dio cancella o conferma ciò che Egli vuole. La madre del Libro si trova presso di Lui" (Corano XIII ; Il Tuono, 38-39.)

Così, abbiamo visto che il Messia ha dichiarato "mondi tutti gli alimenti" (Marco 7,19). In seguito Dio, riferendosi a tutti gli animali, ripeté a Pietro tre volte: "Ciò che Dio ha purificato, tu, non chiamarlo più profano" (Atti 10,15-16). Anche Paolo ha chiarito la questione sul puro e sull'impuro dicendo: "Non distruggere l'opera di Dio, per una questione di cibo. Tutto è puro, sicuramente…" (Romani 14,21). Conferma ancora questa verità al suo discepolo Tito: "Tutto è puro per i puri, ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro, sono contaminate la loro mente e la loro coscienza. Dichiarano di conoscere Dio, ma Lo rinnegano con i fatti…" ( Tito 1,15-16).

Il conflitto fra l'interpretazione letterale e quella spirituale è permanente. Dio non ci domanda di avere semplicemente fede nella Sua ispirazione, ma buona fede: cioè quella che si sottomette alla Sua Intenzione. Dio è spirito e desidera l'elevazione del nostro spirito. Senza ciò noi non potremmo mai, qualsiasi cosa facessimo per purificare il corpo, elevarci verso Dio. L'abluzione fisica fa parte delle "allegorie" e non è che il simbolo della necessità di una purificazione spirituale, ma è incapace di produrla. Questa purificazione si ottiene tramite la fede e le opere buone.

I credenti che cercano il senso spirituale dell'ispirazione, raggiungeranno il sommo della vita spirituale. Al contrario, coloro che si attacano al significato letterale sono dei nani menzionati dal Corano nel versetto seguente:

"Fra gli uomini ce ne sono che servono Dio alla lettera (harf). Se accade loro qualcosa di buono se rallegrino rassicurati. Se accade loro qualche avversità, cadano a faccia in giù perdendo la vita terrena e quella futura.Tale è la perdizione evidente" (Corano XXII; Il Pelegrinaggio, 11).
 
La parola araba "harf" ha un primo significato preciso di "lettera". Alcuni traducono "margine" questa parola che ne è il secondo significato. Se l'intenzione divina era "margine", la parola araba più precisa sarebbe stata "haafat". L'intenzione di Dio qui è di indicare manifestamente coloro che credono con un spirito timoroso, attacato "alla lettera" per paura del castigo, senza cercare a capire l'intenzione dello Spirito Santo per amore di Dio. Ora "la lettera uccide", insegna il Vangelo, "è lo Spirito che vivifica" (2 Corinzi 3,6).  
 
Come fa dunque il credente attacato al significato letterale a non  "cadere a faccia in giù", confuso e sconvolto, quando due frasi della medesima ispirazione sono contradittorie? In verità questa contradizione è solo apparente, sul piano letterale, ma questi stessi testi concordano sul piano spirituale e nell'intenzione di Dio.
  
Così, elevarsi verso l'intenzione spirituale è una necessità di salvezza, senza la quale si è sommersi nella palude del significato letterale, impantanandosi nel fanatismo e nell'ignoranza, come è il caso, ahimè, di molta gente. Questa necessità di elevarsi verso l'Intenzione divina e il senso spirituale dei testi appare, in due passaggi sulla creazione, in apparenza dissimili:
"…Egli ha creato il cielo e la terra e tutto quanto si trova in essi nello spazio di sei giorni; poi si sedette sul Suo Trono" (Corano XXV ; La Furquan, 60) (Furquan=Rivelazione)

Qui si parla di una creazione in sei giorni. In un altro capitolo troviamo:
"Dì loro: Non credete voi in Colui che ha creato la terra in due giorni…" (Corano XLI ; Versetti Esposti Chiaramente, 8).

Le interpretazioni che si sforzano di conciliare la creazione in sei giorni con quella in due giorni sono comiche e fantasiose. Aggrovigliando vani ragionamenti sono oscure e non riescono a convincere l'uomo riflessivo, dotato di una mentalità matura e accorta. Si allontanano, così, certamente dall'Intenzione di Dio nella Sua ispirazione.

Anche nell'Antico Testamento si trovano due storie sulla creazione. Il primo racconto parla della creazione in sei giorni, dove Dio creò Adamo ed Eva il sesto giorno, dopo aver creato gli animali e le piante (Genesi 1). Il secondo racconto dice esattamente il contrario: Dio creò Adamo da principio e lo pose nel paradiso da solo, poi creò il resto degli animali e infine creò Eva da una costola di Adamo. Il racconto non fa menzione di nessun numero di giorni per la creazione (Genesi 2).

Dunque, c'è contraddizione nell'ispirazione? No! L'Ispirazione divina non si contraddice mai. Noi dobbiamo comprendere che Dio, per mezzo di questi racconti, vuole semplicemente rivelare all'uomo politeista l'esistenza di un Creatore unico. Questa semplice verità, da sola ha suscitato l'odio contro coloro che l'hanno predicata. Lo scopo dei testi, però, è di rivelare all'uomo la conoscenza dell'unico Creatore e di mettere fine alla vana adorazione di idoli e al culto verso i molteplici dei della mitologia.

Questo Dio unico, ci invita con la diversità dei racconti sulla creazione e le loro differenze letterali, a oltrepassare la lettera e ad elevarsi per raggiungere lo Spirito. L'importante non è sapere come fu creato l'universo, ma è sapere che c'è un solo Dio creatore da adorare. Non si tratta di soddisfare una curiosità scientifica, ricercando nei testi sacri delle verità di ordine numerico (numero di giorni della creazione, ecc.) e temporale, ma di comprendere il messaggio spirituale: l'esistenza di un Dio unico e del modo di adorarLo. E' proprio questo che l'ispirazione ci rivela.

 3. La pedagogia divina nell'ispirazione. [Ritorno]

Dio, come un padre verso i suoi figli, ha sempre fatto ricorso alla pedagogia nell'ispirazione per guidare i credenti, conducendoli gradualmente dal punto in cui si trovano fino alla maturità psicologica e spirituale dove Egli li vuole. Ogni credente accorto e perspicace constata che nel Corano Dio usa una pedagogia verso gli Arabi del VII° secolo D.C. Questa stessa pedagogia fu applicata da Dio agli ebrei e ai cristiani nell'Antico e nel Nuovo Testamento.

Gli Arabi della penisola araba non conoscevano la vita spirituale a causa della loro ignoranza sulle verità divine rivelate. Prima dell'apparizione del profeta Maometto, essi adoravano a La Mecca più di 360 idoli riuniti nella Qàaba, monumento cubico che contiene la "Pietra Nera", che gli Arabi credono discesa dal Cielo.

Questi dei della mitologia araba mangiavano, si sposavano tra di loro e procreavano. Gli Arabi credevano dunque in una mitologia paragonabile a quella dei Greci prima della penetrazione del Cristianesimo in Europa.

Non era possibile dare agli Arabi la pienezza della luce in un solo momento, a causa della loro lontananza totale dalla Verità divina. Nello stesso modo non è possibile all'occhio umano, che sia rimasto per lungo tempo al buio, di aprirsi subito alla luce del sole senza esserne abbagliato, ossia accecato. Analogamente, occorreva dare gradualmente la Luce divina a costoro, che erano rimasti per tanto tempo nelle tenebre.

Dio, secondo la sua abitudine, agisce con saggezza per rivelarsi agli Arabi, non solo "in lingua araba chiara", ma anche progressivamente. Fa come il maestro che istruisce il suo allievo a scuola, guidandolo attraverso le elementari e le medie fino al diploma di scuola superiore.

Il Creatore aveva seguito questo stesso metodo con Abramo, Mosè e gli ebrei della Torah, poi con i Cristiani nel Vangelo, rivelando a poco a poco l'essenza del suo Essere unico e spirituale. Questa pedagogia si ritrova nel Corano, dove Dio rivela agli Arabi le verità bibliche con una finezza e una delicatezza infinite, come un padre che educhi suo figlio verso la maturità. Per spiegare questo, esporremo due esempi della pedagogia divina, uno sui sacrifici degli animali e l'altro sul matrimonio.

I sacrifici

Al tempo di Mosè, gli ebrei erano corrotti in Egitto dall'idolatria. Adoravano gli dei egiziani e offrivano loro sacrifici su sacrifici. Per allontanarli da queste pratiche pagane alle quali si erano abituati durante più di quattro secoli e per riavvicinarli gradatamente al Dio unico, Mosè, nella Torah, diede loro un culto che consisteva in sacrifici fatti non agli dei egiziani, ma al Dio unico che essi avevano dimenticato. Lo scopo di questi sacrifici non era di accontentare Dio, ma di allontanare i giudei dall'adorazione degli idoli. Fu il primo passo che doveva avvicinarli alla vera adorazione.

Mosè non era capace né di annullare bruscamente e definitivamente la pratica dei sacrifici, né di convincere gli ebrei della loro incapacità ad ottenere la misericordia divina. Essi, a quei tempi, non potevano comprendere l'essenza del pentimento, che consiste nell'avvicinarsi a Dio col perdono e non con i sacrifici.

Il secondo passo ebbe luogo più di cinque secoli dopo la partenza degli ebrei, quando Dio ispirò ai suoi profeti la vanità dei sacrifici e degli olocausti di animali, dichiarando che l'unico sacrificio gradito è quello spirituale. La vera offerta che è gradita a Dio è un'anima pentita che si rassegna interamente alla Volontà divina. Davide, il re profeta, si rivolge così a Dio nel Salmo 51 (50): "Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la Tua lode; perché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi" (Salmi 51(50), 17-19). In un altro Salmo Dio dice ancora: "Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all'Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria" (Salmi 50 (49), 13-15).

Nella Bibbia, Dio dichiarò per mezzo del profeta Geremia (VI° secolo A.C) che Egli non aveva mai preteso sacrifici e olocausti, ma che desiderava che si seguissero i Suoi comandamenti. Infatti, Geremia così dice agli ebrei:
"Così parla Yahvè Sabaoth, il Dio di Israele: Aggiungete pure i vostri olocausti ai vostri sacrifici e mangiatene la carne! Perché Io non ho detto niente, né prescritto nulla ai vostri padri, quando Io li feci uscire dall'Egitto, riguardo all'olocausto e al sacrificio. Ecco invece quello che ho ordinato loro: Ascoltate la mia voce e allora Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo. Seguite in tutto la via che Io vi prescrissi per la vostra felicità" (Geremia 7,21-23).

Anche il profeta Michea, nel VIII° secolo A.C aveva denunciato la vanità dei sacrifici dicendo:
"Ti hanno fatto sapere, o uomo, ciò che è bene, ciò che Dio reclama da te: niente altro che di compiere azioni secondo giustizia, amare con tenerezza e camminare umilmente col tuo Dio" (Michea 6,6-8)

Il Corano a sua volta ci invita a superare i sacrifici di animali e a comprendere la reale Intenzione di Dio: parlando dei sacrifici, dice:
"Dio non si commuove né per la loro carne, né per il loro sangue, ma si commuove per la vostra devozione" (Corano XXII ; Il Pellegrinaggio, 38).


A dispetto di ciò, vediamo i "credenti" accorrere a milioni versi quei luoghi di pellegrinaggio dove sono offerti un numero incalcolabile di montoni e d'altri animali a Dio che non è commosso "né per la loro carne, né per il loro sangue". Questo costume è più di natura sociale, che non spirituale e mira molto spesso a soddisfare una società ipocrita che disprezza ogni vera religiosità nella vita quotidiana.

Il matrimonio

Il matrimonio poligamico, presso gli Arabi dell'antichità era anarchico, allo stesso modo del divorzio. Dominato dal capriccio degli uomini e dai loro istinti, il matrimonio esponeva la donna alla più grande insicurezza ed a molti pericoli, poiché il divorzio era libero, la donna non riceveva nessuna indennità. Il ruolo indegno della donna negli Harem dell'Oriente arabo antico, non necessita di commento.

Il Corano, in una prima tappa, riduce il numero delle mogli e mette una legge sul divorzio, in virtù della quale l'uomo deve risarcire la donna divorziata. Il matrimonio è limitato a quattro mogli legittime, a condizione tuttavia che il marito sappia essere giusto verso di loro, diversamente, ne deve sposare una sola. Qui appare la pedagogia divina, perché la limitazione del matrimonio è in se una grande evoluzione per l'uomo arabo di quel tempo, evoluzione attraverso la quale erano già passati i popoli della Bibbia. Il Corano dice:
"Se voi temete d'essere ingiusti verso gli orfani, sposate poche donne: due, tre o quattro; ma se temete di essere (ingiusti verso di loro) sposatene una sola… e assegnate alle donne (mogli) le loro doti di buon grado" (Corano IV ; Le Donne, 3-4).

Si noti che il primo versetto comincia con l'attirare l'attenzione sugli orfani, aprendo così una via verso l'altruismo. Poi, parlando del matrimonio, il Corano non solo lo limita, ma impone altresì all'uomo una dote da dare ad ogni sposa. Da una parte, questo fatto non incoraggia la poligamia, dall'altra innalza la posizione della donna esigendo che la dote la dia il marito, non la moglie, come si faceva da lungo tempo, anche nell'occidente cristiano. Il Corano permette alle mogli di rinunciare liberamente a questa dote, in favore del marito:
"Assegnate alle donne le loro doti di buon grado e se esse preferiscono lasciarvene una parte, disponetene comodamente a vostro agio" (Corano IV ; Le Donne, 4).

Dopo aver limitato il matrimonio, il Corano raccomanda la monogamia. Riprendendo più tardi lo stesso soggetto, esso presenta la monogamia come il solo mezzo per evitare ogni ingiustizia verso le mogli:
"Voi non riuscirete mai ad essere giusti verso le vostre mogli, neanche se ci state attenti" (Corano IV ; Le Donne, 128).

E' chiaro che Dio, con questo versetto, invita l'uomo alla monogamia. Dopo averlo progressivamente condotto dall'unione senza regola con la donna, passando attraverso il matrimonio condizionato all'uguaglianza verso le quattro mogli, Dio alla fine gli prescrive la monogamia perché non riuscirà mai ad essere giusto verso più mogli, "neanche se ci sta attento". Ogni credente sincero, che cerca di soddisfare Dio, e non i propri desideri, comprenderà questa pedagogia divina, se è maturo nella fede.

Così, vediamo con quanta finezza e delicatezza il Creatore introduce la monogamia nella mentalità degli Arabi. Tuttavia, la prima impressione, che resta ancora predominante in molti mussulmani, è che la poligamia sia permessa dal Corano. In verità, è solo tollerata, finché gli uomini non raggiungano una certa maturità psicologica e spirituale. Dio concede così all'uomo, questa creatura che Egli sa tanto fragile, il tempo sufficiente di comprendere, con l'esperienza, l'importanza della monogamia nella vita spirituale e temporale.

Osservando la società araba moderna, constatiamo la riuscita del piano pedagogico di Dio nella pratica della monogamia. La grande maggioranza degli Arabi, oggi, ha una moglie sola e la poligamia è biasimata. Parimenti, il divorzio è disprezzato nella maggior parte delle famiglie arabe e costituisce in generale l'ultimo rimedio nei casi molto gravi e seri. Grande è la differenza fra la società islamica di oggi e la società pre-islamica, dopo il passaggio del soffio vivificante del Corano.

Anche il Vangelo, adotta la stessa posizione pedagogica verso il matrimonio e il divorzio: i farisei che praticavano liberamente il divorzio, interrogarono il Messia a questo proposito, per metterlo alla prova:
"E' permesso ripudiare (divorziare) la moglie per qualche motivo? Egli rispose: -Non avete letto che il Creatore, fin dal principio, li creò uomo e donna- e disse: -così dunque l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre per vivere con sua moglie e saranno due in una sola carne? Così essi non sono più due, ma una sola carne. Ebbene ciò che Dio ha unito, l'uomo non lo deve separare-. -Perché dunque-, gli chiesero, -Mosé ha prescritto di dare alla moglie un atto di divorzio, quando la si ripudia?- E, rispose loro: è per la durezza del vostro cuore che Mosé vi ha permesso di ripudiare le vostre moglie, ma in origine non fu così…" (Matteo 19,3-8 ).

Bisogna sottolineare l'atteggiamento infastidito degli apostoli quando ascoltarono queste parole. Essi dissero:
"Se questa è la condizione dell'uomo verso la donna, non conviene sposarsi. Egli rispose: Non tutti comprendono questo linguaggio, ma solamente coloro ai quali è concesso. Vi sono infatti degli eunuchi che sono nati così dal seno della madre, degli eunuchi che sono divenuti tali per opera dell'uomo e degli eunuchi che si sono resi tali in vista del Regno dei Cieli. Comprenda chi può comprendere!" (Matteo 19,10-12).

Da questa storia risultano due fatti importanti: il primo è che fu Mosé a permettere di dare l'atto di divorzio, non Dio. Mosé autorizzò questo come un passo pedagogico, una concessione temporanea, a causa dell'immaturità psicologica degli uomini di quel tempo, concessione che bisognava superare, più tardi, per ritornare allo stato d'origine come fu voluto da Dio e come l'ha spiegato il Messia. Gli ebrei si attaccarono al senso letterale, rifiutando di elevarsi fino all'Intenzione divina.

Il secondo fatto da ricordare è che il Messia, partendo dal discorso sul divorzio e sul matrimonio, è arrivato più lontano, lodando la castità di coloro "che si sono resi eunuchi da soli per possedere il Regno di Dio".

Questa espressione non implica un'operazione chirurgica né un celibato perpetuo, ma un matrimonio improntato su sentimenti profondi e spirituali. Non si tratta più di appagare gli istinti puramente sessuali, ma di dominarli, fino all'incontro con il compagno o la compagna scelti da Dio. Essi si fanno così spiritualmente "eunuchi", che significa casti e fedeli nel matrimonio unico per tutta la vita.

Anche il Corano parla di castità quando dice: "Coloro che non possono trovare un coniuge, vivano nella continenza finché Dio non li benefichi col suo favore (mandando lo sposo o la sposa)" (Corano XXIV ; La Luce, 33).

Gli Arabi, al tempo dell'anarchia, disprezzavano la continenza e la castità prematrimoniale. Questa virtù era ignorata, ossia disprezzata al punto che quelli che la praticavano erano accusati di mancanza di virilità, come succede ancora oggi nei paesi cosiddetti cristiani.

Gli insegnamenti coranici hanno portato buoni frutti nei cuori di molti Arabi. Il Corano è l'ispiratore dell'evoluzione della società islamica, anche se alcuni dei suoi insegnamenti sono rimasti infruttuosi presso parecchi mussulmani che si sono chiusi al vero spirito coranico. Ugualmente, il Vangelo non ha portato i suoi frutti nel cuore dei molti cristiani che disprezzavano la castità e la santità del matrimonio.

 4) L'unità dell'ispirazione. [Ritorno]

L'ispirazione nella Bibbia e nel Corano è unica. Essa proviene da un solo Dio che si è rivelato Egli stesso, manifestando la sua esistenza nei Libri dell'Antico e del Nuovo Testamento e nel Corano. E' ciò che il Corano afferma, dicendo al popolo della Bibbia:
"Il nostro Dio e il vostro Dio è Uno e noi gli siamo sottomessi (mussulmani)…" (Corano XXIX ; Il Ragno, 45).

Da un unico Dio emana un'unica ispirazione immutabile e senza falsificazioni. Chi afferma il contrario è un bestemmiatore.

Per scoprire l'unità dell'ispirazione dei versetti biblici e coranici, bisogna superare le espressioni e gli stili letterali diversi per cogliere il significato profondo spirituale, penetrando così nello Spirito di Dio. Compreso questo punto importante, potremo essere testimoni del monoteismo, perché non è né logico, né conveniente, testimoniare l'esistenza di un solo Dio senza essere testimoni dell'unità dell'ispirazione.

Certi fanatici cercano di dividere quest'ispirazione spargendo rumori che mirano a suscitare odio e contrasti. I principali rumori sono i seguenti:

Il Corano non è ispirato da Dio.
Il Corano abolisce la Bibbia.
Il Vangelo è falsificato.
Il Vangelo si contraddice a causa di pretese differenze fra i quattro Vangeli, ecc..

Queste calunnie non hanno alcun fondamento nel Corano. Molti studiosi onesti hanno denunciato questi rumori. Fra questi, il defunto Sceicco Mohamed Abdo, antico capo della moschea El-Azhar in Egitto. Egli certificò più di una volta l'autenticità del testo biblico.

Per scoprire l'unità dell'ispirazione bisogna rispettare due principi:

A) Ricollocare l'ispirazione nel suo contesto storico, geografico e sociale.
B) Discutere per mezzo del "migliore" argomento, come dice il Corano.

Le migliori interpretazioni del Corano sono quelle che confermano la Bibbia. Tale è la "Via Retta" (Corano I ; La Aprente il Libro, 5). Per contro, le interpretazioni coraniche che contraddicono lo spirito biblico devono essere respinte, perché sono in contraddizione con il Corano che proclama autentiche le Scritture bibliche apparse prima di lui; queste false interpretazioni sono la strada tortuosa che prendono coloro "che, errando, attirano l'ira di Dio" (Corano I ; La Aprente il Libro 7).

A) Ricollocare l'ispirazione nel suo contesto.

Per comprendere un'ispirazione, sia biblica, sia coranica, bisogna conoscere il profeta al quale Dio ha ispirato il messaggio, la ragione per la quale questo messaggio è stato dato e il suo contesto sociale e storico. Infatti, Dio dice nel Corano:
"Tutti i nostri apostoli sono stati mandati parlando la lingua dei popoli ai quali essi predicavano, per rendersi comprensibili" (Corano XIV ; Abramo, 4).

Perciò bisogna conoscere il popolo, il tempo, la lingua di ogni profeta e la società in mezzo alla quale fu mandato, come pure il contesto storico, per comprendere la portata del messaggio ispirato.

Nel caso del Corano l'ispirazione fu data nella penisola araba, per informare i suoi abitanti dell'esistenza di un Dio unico e dell'inesistenza dei lori dei mitologici. Il Corano annuncia agli Arabi che quello stesso Dio si era fatto conoscere precedentemente ai popoli della Bibbia e che tramite il Corano, si presenta Egli stesso a loro e gli presenta la Bibbia in "lingua" o "lettura araba chiara" perché essi seguano lo stesso cammino dei loro predecessori (ebrei e cristiani).
"Dio vuole spiegarvi chiaramente le Sue volontà e guidarvi nel cammino di coloro che vi hanno preceduto…" (Corano IV ; Le Donne, 31)

Il cammino dell'Islam è dunque quello della Bibbia. Perciò Dio invita gli Arabi a credere non solo nel Corano, ma anche nella Bibbia. Qui si manifesta l'unità dell'ispirazione.
"Credete in Dio, nel suo apostolo (Maometto), nel Libro che gli ha mandato (Il Corano) e nelle Scritture discese prima di lui (La Torah e il Vangelo)…" (Corano IV ; Le Donne, 135).

Credere nella Bibbia e nel Corano è una condizione per la fede monoteista e per realizzare l'unificazione dell'ispirazione. Credendo nell'autenticità della Bibbia, noi scopriamo l'interpretazione corretta del Corano, dato che questo attesta l'autenticità della Bibbia.

Come mai alcuni vogliono affermare che la Bibbia e in particolare i Vangeli sono falsi, mentre il Corano stesso afferma il contrario? Infatti il Corano dice:
"Coloro ai quali abbiamo dato il Libro (La Bibbia) lo leggono correttamente e ci credono e quelli che non ci credono saranno votati alla perdizione" (Corano II ; La Vacca, 115).

La nostra fede nell'unità dell'Ispirazione divina e nella protezione di Dio ci impone una fede nella Bibbia e nel Corano che deriva da essa. I partigiani della falsificazione della Bibbia contraddicono il Corano. Infatti, come abbiamo visto, Dio dice:
"Coloro che non ci crederanno saranno votati alla perdizione" (Corano II ; La Vacca, 115).

Noi vogliamo attirare l'attenzione del lettore sul fatto che il Corano testimonia in favore della lettura "corretta" del Vangelo, cioè "come è stato ispirato", secondo l'interpretazione coranica del "Jalalein". Il fatto che il profeta Maometto abbia sempre fatto ricorso a "coloro che leggono le Scritture" (la Bibbia) quando gli veniva qualche dubbio sulla sua missione, aumenta ancora la nostra fede. Dio stesso lo guidava verso "i popoli della Bibbia", dato che il Corano nota:
"Se tu (o Maometto) sei nel dubbio su ciò che ti è stato inviato dall'Alto, interroga coloro che leggono le Scritture inviate prima di te. La verità da parte di Dio è scesa su di te; non essere di coloro che dubitano" (Corano X ; Giona, 94).

Noi abbiamo provato a limitarci al Corano nella nostra ricerca della Verità, ma esso ci invita e ci spinge a riferirci al Vangelo, dicendo:
"Dì: O gente del Libro: Voi non vi appoggerete su niente, finché non osserverete la Torah e il Vangelo" (Corano V ; La Tavola, 72).

Partendo dalla testimonianza del Corano in favore della Bibbia ci siamo fissati lo scopo di manifestare l'unità dell'ispirazione in questi due Libri ispirati. Ci siamo sforzati senza sosta di trovare il punto d'incontro fra il Corano e la Bibbia e, grazie a Dio, ci siamo riusciti.

B) La discussione per mezzo del "migliore degli argomenti"

Nel corso del nostro studio, siamo giunti alla seguente conclusione: ogni interpretazione coranica contraria alla Bibbia si oppone allo spirito del Corano e deve essere scartata, poiché il Corano viene per confermare la Bibbia e non per contraddirla.

La nostra linea di condotta si ispira al comandamento coranico luminoso: "Discutere per mezzo del migliore argomento" (Corano XXIX ; Ragno, 45). Ora il "migliore" degli argomenti è quello che dimostra che il Corano conferma la Bibbia e esso risiede nella scoperta dell'unità dell'ispirazione biblico-coranica. Tale è la "Retta Via" degli eletti (Corano I ; La Aprente il Libro, 5) e "l'Ansa Saldissima" (Corano II ; La Vacca, 257). Inoltre, ci siamo sforzati di trattare i soggetti con la massima circospezione, per non cadere nella trappola delle controversie per mezzo del peggiore degli argomenti, come fanno molti. Questi sono responsabili dell'allontanamento di molte persone dal Corano a causa dei loro comportamenti insensati e fanatici. Essi sfigurano il vero volto e la purezza dell'Islam e si caricano della responsabilità del traviamento delle anime, della divisione dei gruppi. Questi dovranno rispondere del loro atteggiamento colpevole, nel Giorno del Giudizio, davanti al Trono di Dio, perché si sono lanciati nel cammino tortuoso che prendono coloro "che, errando, attirano l'ira di Dio" (Corano I ; La Aprente il Libro, 7).

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